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Le vie dell’internazionalizzazione sono infinite

La postfazione di Paolo Gubitta all’ebook Internazionalizzazione a Nordest di Diego Campagnolo:

L’internazionalizzazione è un ambito che non smette mai di sorprendere gli studiosi di management.

Da una parte, si tratta di una tematica consolidata e sulla quale da molti anni si continuano a scrivere libri, articoli e ricerche: tutto o quasi quel che c’è da sapere è già scritto.

Su questo fronte, la ricerca coordinata da Diego Campagnolo, soprattutto nella parte qualitativa dedicata all’analisi dei quattro case studies, ha il merito di approfondire il processo con il quale le imprese perseguono l’obiettivo di internazionalizzarsi e si appropriano del valore generato da tali strategie: emerge la varietà dei percorsi possibili e implicitamente suggerisce che questa opzione è potenzialmente alla portata di tutte le imprese. La barriera iniziale per l’internazionalizzazione non è tanto dimensionale, quanto gestionale e cognitiva: saper scegliere le soluzioni organizzative più adatte, dotarsi delle competenze manageriali adeguate e individuare le modalità di governo più efficaci per soddisfare il crescente fabbisogno di coordinamento e controllo.

Dall’altra parte, stanno prendendo corpo alcuni trend che sembrano poter incidere in modo pesante sulle strategie e sull’organizzazione dei percorsi di internazionalizzazione, anche mettendo in discussione assunti consolidati.

Su questo fronte, tra i diversi fenomeni in atto ne segnalo due.

Il primo riguarda la volatilità dei mercati, e quindi la scelta dei mercati per i quali strutturare reti commerciali e di vendita o nei quali localizzare le sedi produttive. È sotto gli occhi di tutti il fatto che le cosiddette economie emergenti, che promettevano lunghe fasi di sviluppo, in realtà stanno rivedendo al ribasso i tassi di crescita. Nello stesso tempo, secondo alcuni osservatori, si stanno aprendo interessanti opportunità nei mercati tradizionali, come alcuni Paesi europei dove iniziano a manifestarsi gli effetti delle riforme introdotte negli anni successivi alla crisi che si è aperta nel 2008. In questo scenario, scegliere la strada delle alleanze e delle collaborazioni, invece di procedere attraverso la creazione di sedi proprie o l’acquisizione di aziende già esistenti, può contenere il rischio dell’investimento.

Il secondo fenomeno riguarda la direzione dei percorsi di internazionalizzazione. Negli ultimi tempi, anche in Italia, si stanno verificando casi di rilocalizzazione (back reshoring), cioè del rientro nel suolo nazionale di alcune produzioni prima delocalizzate. Un gruppo di studiosi italiani (denominato Uni-CLUB MoRe Back-reshoring) sta analizzando questi episodi e indica diversi motivi per il rimpatrio: costi della logistica proibitivi; diminuzione dei differenziali nel costo del lavoro; valore del brand “Made in”, inteso come produzione italiana al 100%; tempi di reazione al mercato troppo lunghi dovuti alla distanza tra sedi produttive all’estero e centri di ricerca e sviluppo in Italia.

Guardando alle direzioni dell’internazionalizzazione, però, l’aspetto più sfidante è il next-shoring(definito anche mart-shoring): la produzione manifatturiera tende sempre più a localizzarsi in prossimità dei mercati dove si concentra la domanda (che per le ragioni dette sopra sono piuttosto volatili) e nei luoghi a maggiore potenziale di innovazione. Riusciranno a cogliere le occasioni che si presenteranno solo le imprese che disporranno di competenze relazionali evolute, in quanto dovranno replicare in luoghi lontani e poco conosciuti il sistema di relazioni di fornitura di cui si avvalgono in patria.

Le vie dell’internazionalizzazione sono veramente infinite e ci sono spazi per ulteriori approfondimenti, che auspico possano essere realizzati in futuro, mettendo insieme gli sforzi e gli investimenti che i numerosi attori pubblici e privati del Nordest (e non solo) stanno già realizzando.

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